Apple e Google contro l’FBI per difendere la privacy

Il fatto

Il fatto di cronaca è noto. Il 2 dicembre dello scorso anno Syed Rizwan Farook, cittadino americano di origine pakistana, musulmano, e sua moglie entrano in un centro per disabili e fanno una strage: i morti sono 14 e i feriti 21.

La sparatoria è avvenuta mentre era in corso una festa natalizia, organizzata dal County Health Department, il dipartimento sanitario della Contea della quale Syed era un ispettore.

La tecnica dell’assalto fa pensare ad un attacco terrorista anche se la matrice jihadista resta incerta; gli inquirenti si orientano verso una possibile “combinazione di terrorismo e questioni legate al posto di lavoro”.

Si fa così strada la pista del radicalismo islamico, anche perchè, secondo quanto riferiscono fonti giudiziarie alla Cnn, Syed Farook sarebbe stato in contatto telefonico e via social media «con più soggetti legati al terrorismo internazionale» e che erano sotto il controllo dell’FBI.

 

Il problema

Comunque siano andate le cose, qualunque siano state le motivazioni, ciò che ci interessa è racchiuso in quest’ultima frase: i contatti telefonici e social.

 

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E’ questa la ragione per cui l’FBI chiede espressamente al giudice californiano di ordinare alla Apple di fornire un accesso secondario di iOS per poter prelevare tutto ciò che era all’interno dell’iPhone del Killer da cui gli inquirenti si aspettano di trovare indizi preziosi per la loro indagine.

Donald Cook, Ceo di Apple, con una lettera di risposta nega all’ FBI l’acquisizione dei dati motivando la decisione come una difesa della sicurezza degli utenti in possesso di un iPhone. Assecondare la richiesta governativa creerebbe un precedente pericoloso, una violazione della privacy dei propri utenti.

 

A favore di Apple

Sundar Pichai, Ceo di Google, prende subito posizione a favore di Apple affermando che “Forzare le aziende ad abilitare l’hacking potrebbe compromettere la privacy degli utenti – e aggiunge – Noi costruiamo prodotti sicuri e siamo disponibili a fornire le informazioni necessarie quando arrivano richieste legalmente giustificate, ma ciò non significa che sia accettabile una richiesta che obblighi a un hack dei dispositivi”.

Jan Koum, Ceo di WhatsApp, appoggia la decisione di Cook scrivendo: “Ho sempre ammirato Cook per la sua posizione in materia di privacy e gli sforzi di Apple per proteggere i dati degli utenti e non potrei essere più d’accordo con ciò che ha detto oggi nella sua lettera agli utenti. Non dobbiamo permettere che venga instaurato questo pericoloso precedente: oggi la nostra libertà e la nostra autonomia sono in gioco».

Anche Twitter e Facebook si sono schierati decisamente dalla parte di Apple.

 

Contro

Bill Gates, invece, dice di non essere d’accordo con Cook sul fatto che sbloccare un iPhone voglia dire mettere a rischio la sicurezza di tutti ed esprime il suo punto di vista con queste parole: “Questo è un caso specifico, non generale, in cui il governo chiede informazioni” su una singola persona, dice, e paragona la richiesta dell’Fbi a quella fatta per poter accedere ad un conto corrente bancario, e aggiunge: “Credo che con le garanzie giuste un intervento del governo possa essere prezioso per noi. Penso che ci siano delle situazioni, delle misure di salvaguardia nelle  quali il governo non dovrebbe avere gli occhi bendati”.

 

La posizione nell’FBI 

Il numero uno dell’ FBI, James Comey, in un’audizione davanti alla commissione d’intelligence della Camera difende la sua posizione affermando che il caso San Bernardino non creerebbe affatto un precedente, che non è nelle loro intenzioni, e chiarisce sostenendo che: “Il Codice che il giudice ha ordinato a Apple di scrivere funzionerebbe solo per quell’iPhone” e per nessun altro.

Pare però che le cose stiano diversamente, visto che l’FBI ha già chiesto nel frattempo lo sblocco di altri 7 iPhone.

 

Gli sviluppi

Apple continua con convinzione per la sua strada ed è all’opera per rafforzare la sicurezza dei suoi sistemi. Pare, da fonti vicine, che l’azienda di Cupertino stia lavorando per blindare iCloud, la nuvola dove sono custoditi i dati dei ‘backup’ degli utenti, cioè tutte le informazioni personali, le immagini e i contatti mail.

In questo modo sarebbe più difficile l’accesso da parte degli hacker, ma anche da parte delle autorità inquirenti. In concreto, con il nuovo sistema Apple metterebbe a punto un meccanismo che renderà impossibile anche a se stessa accedere e, quindi, concedere all’FBI i dati degli utenti sui suoi sistemi iCloud.

 

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